Alla soglia dei trent’anni avevo raggiunto molto di ciò per cui avevo lavorato intensamente: con alle spalle una laurea in Economia e una seconda laurea in Finance conseguita a Parigi, avevo ottenuto un ruolo dirigenziale in Ernst&Young, il riconoscimento professionale, la stima delle persone con cui collaboravo e uno stipendio che, a ventinove anni, non mi sarei aspettata. Eppure, questo non mi ha evitato il burnout.
Cercavo di rispondere a un’idea di manager che mi chiedeva di lasciare fuori una parte di me importante. L’aiuto di una coach mi avrebbe aiutata a capire come starci in un modo diverso, ma vent’anni fa non sapevo nemmeno cosa fosse il coaching.
Le esperienze nella consulenza e nelle aziende che sono seguite mi hanno insegnato che esistono molti modi di lavorare, decidere e guidare le persone. Il punto, però, non è aderire a un modello ma conoscere le proprie risorse, usarle con intenzionalità e riconoscere quando, sotto pressione, diventano automatismi poco efficaci.
Da queste esperienze è nato il lavoro che porto ogni giorno a chi ha la responsabilità di guidare team e organizzazioni e a chi, pur nel lasciarsi guidare, vuole contribuire attivamente al raggiungimento dei risultati.